Capita spesso: un bambino esce da scuola con la giacca aperta, dopo piscina ha ancora i capelli umidi oppure al parco si toglie il cappello perché ha caldo. Il giorno dopo arriva il raffreddore e il pensiero è immediato: ha preso freddo e si è ammalato.
È un’associazione molto radicata e comprensibile. Ma dal punto di vista medico è importante distinguere due aspetti diversi: proteggere un bambino dal freddo serve, ma il freddo da solo non provoca raffreddore, influenza o bronchiolite.
Tra novembre e marzo cambiano due cose nello stesso momento: scendono le temperature e aumentano raffreddori, tosse e infezioni respiratorie. È comprensibile che le due cose finiscano per sembrare causa ed effetto.
Da qui arrivano molte delle raccomandazioni che accompagnano l’infanzia da generazioni: asciugare subito i capelli, non uscire senza berretto, evitare le correnti d’aria, non stare con i piedi freddi.
Una parte di questi consigli ha senso, ma non necessariamente per il motivo che immaginiamo.
Proteggere un bambino dal freddo è importante. Proteggerlo da un’infezione respiratoria è un’altra cosa. Per sviluppare un raffreddore, un’influenza o una bronchiolite è necessario entrare in contatto con un virus.
Questo non significa però che la temperatura non abbia alcun ruolo. Il rapporto tra freddo e malattie respiratorie è più interessante, e più sfumato, di un semplice vero o falso.
Il freddo fa davvero ammalare i bambini?
Raffreddore, influenza e bronchiolite sono infezioni causate da virus. Se il virus non c’è, stare qualche minuto senza berretto o uscire con i capelli ancora umidi non può far comparire un’infezione dal nulla.
Il freddo può però intervenire in un altro punto del processo.
Uno studio di Huang e colleghi pubblicato sul Journal of Allergy and Clinical Immunology ha analizzato cellule e tessuti nasali umani per capire che cosa accade alle prime difese delle vie respiratorie quando la temperatura si abbassa. I ricercatori hanno osservato che il raffreddamento della mucosa può rendere meno efficiente una particolare risposta antivirale locale, legata alla produzione di vescicole extracellulari da parte dell’epitelio nasale.
Possiamo immaginare il naso come a un “piccolo posto di frontiera”, non può bloccare l’ingresso di tutto, ma dispone di sistemi che riconoscono e contrastano ciò che incontra. Lo studio suggerisce che il freddo possa rendere temporaneamente meno efficiente una parte di questi controlli.
È importante fermarsi qui con l’interpretazione. Huang e colleghi non hanno dimostrato che i bambini che escono senza berretto si ammalino più spesso, né che i capelli bagnati provochino un raffreddore. Hanno descritto un meccanismo biologico plausibile, studiato soprattutto in laboratorio e su tessuti umani.
Per un genitore la traduzione pratica è questa: il freddo non è la causa dell’infezione, ma non è nemmeno completamente estraneo alle condizioni nelle quali il nostro organismo incontra un virus.
Perché in inverno i bambini si ammalano di più?
Il funzionamento della mucosa nasale è solo una parte della spiegazione. Probabilmente, nella vita quotidiana, conta ancora di più ciò che facciamo quando fuori fa freddo.
Una revisione di Moriyama, Hugentobler e Iwasaki pubblicata sull’Annual Review of Virology mette insieme i principali fattori che spiegano la stagionalità delle infezioni respiratorie: condizioni ambientali, caratteristiche dei singoli virus, risposta dell’organismo e comportamento umano.
Durante l’inverno trascorriamo più ore in spazi chiusi e condivisi. I bambini stanno più a lungo nelle aule e negli asili, mentre anche molte attività del tempo libero si spostano all’interno.
Una revisione di Nancy Leung pubblicata su Nature Reviews Microbiology ricorda inoltre che i virus respiratori possono passare da una persona all’altra attraverso diverse vie, tra cui contatti ravvicinati, goccioline e aerosol. Il peso di ciascuna modalità cambia a seconda del virus e della situazione.
Anche l’Ufficio federale della sanità pubblica segnala che negli ambienti chiusi in cui si riuniscono più persone aumenta il rischio di trasmissione delle infezioni respiratorie.
Col freddo oltre a cambiare le temperature, viviamo molto più al chiuso e di conseguenza respiriamo molte più aria con presenza di virus.
Se riprendiamo l’immagine del “piccolo posto di frontiera”, possiamo dire che in inverno succedono due cose contemporaneamente: alcune difese locali possono diventare un po’ meno efficienti e, nello stesso momento, alla frontiera arriva molto più traffico.
Capelli bagnati, piedi freddi e berretto: cosa conta davvero?
Molte preoccupazioni dell’inverno nascono da situazioni molto concrete: i capelli ancora umidi dopo la piscina, i piedi freddi, la giacca lasciata aperta, il berretto che sparisce appena il bambino comincia a correre.
I capelli bagnati non trasmettono virus e non provocano un raffreddore. Possono però aumentare la dispersione di calore e far sentire il bambino più freddo, soprattutto in presenza di vento e basse temperature. Asciugarli prima di uscire resta quindi una buona abitudine, ma per una questione di comfort e protezione dal freddo.
Lo stesso vale per mani e piedi. Nei bambini possono essere freschi anche quando la temperatura corporea è adeguata. Per capire meglio se un bambino è davvero infreddolito è più utile controllare torace e nuca.
Anche il berretto serve a limitare la dispersione di calore quando clima, età e attività lo richiedono. Un lattante fermo nel passeggino ha esigenze diverse da un bambino di sette anni che corre e suda giocando.
Per l’abbigliamento consiglio soprattutto gli strati: permettono di aggiungere o togliere qualcosa in funzione dell’attività e della temperatura. Gli indumenti bagnati, invece, vanno cambiati perché aumentano la perdita di calore.
Un’attenzione particolare merita l’automobile: cappotti e vestiti molto imbottiti possono interferire con l’aderenza delle cinture del seggiolino. Meglio strati meno voluminosi sotto le cinture e, se serve, una coperta sopra.
Giocare all’aperto resta una buona idea
La paura dei malanni invernali non dovrebbe trasformare l’inverno in una stagione da trascorrere quasi interamente al chiuso.
Un bambino sano può correre, camminare e giocare all’aperto anche quando fa freddo, adattando abbigliamento e durata dell’attività alle condizioni meteorologiche.
Il movimento rimane una parte importante della salute e dello sviluppo. Ne parlo più diffusamente nell’articolo dedicato a quanto movimento serve ai bambini nelle diverse età.
Naturalmente una giornata fresca e asciutta è diversa da molte ore trascorse fuori con vento intenso, neve o vestiti bagnati. Anche lattanti e bambini molto piccoli richiedono più attenzione perché si muovono meno e disperdono calore diversamente.
Ma non vedo un vantaggio nel tenere sistematicamente un bambino sano in casa per evitare che “prenda freddo”. Significa spesso aumentare proprio il tempo trascorso negli ambienti condivisi in cui i virus respiratori possono circolare con maggiore facilità.
Lo stesso ragionamento vale quando il bambino ha soltanto un po’ di raffreddore. Se non ha febbre, respira normalmente, ha energia e si sente bene, una passeggiata tranquilla può essere compatibile con le sue condizioni. Nella fase acuta bisogna naturalmente considerare anche gli altri ed evitare contatti ravvicinati, soprattutto con neonati e persone fragili.
Arieggiare le stanze aiuta molto
Le finestre meritano un discorso particolare perché qui una vecchia paura può portarci nella direzione opposta a quella utile.
Quando molte persone trascorrono tempo nello stesso ambiente, ventilare aiuta a rinnovare l’aria. L’UFSP include infatti l’aerazione degli ambienti tra le misure utili contro le infezioni respiratorie.
Non significa lasciare una finestra socchiusa per ore e raffreddare tutta la stanza. Si può aprire bene per alcuni minuti, soprattutto dopo la notte o quando molte persone hanno soggiornato nello stesso locale.
Per una famiglia è una misura semplice e concreta, più utile della ricerca ossessiva della corrente d’aria da evitare.
Ciò che conta è ridurre, quando possibile, le occasioni in cui molte persone respirano a lungo lo stesso volume d’aria poco rinnovata.
Integratori: più promesse che prevenzione
Con l’arrivo dei primi raffreddori mi viene chiesto spesso se sia utile dare qualcosa “per le difese”.
Sui comuni integratori è importante distinguere una carenza reale, che può richiedere un trattamento, dall’idea di assumere prodotti per impedire ai virus invernali di arrivare.
La vitamina C è un buon esempio perché è stata studiata molto. La revisione Cochrane di Hemilä e Chalker non ha mostrato, nella popolazione generale, una riduzione significativa dell’incidenza del comune raffreddore con l’assunzione regolare di vitamina C. Nei bambini è stata osservata invece una modesta riduzione della durata degli episodi quando l’assunzione era regolare; iniziarla dopo la comparsa dei sintomi non ha mostrato un beneficio consistente.
Non trovo quindi utile trasformare l’inverno in una corsa all’integratore. Sonno, alimentazione varia, movimento e misure preventive appropriate restano una base molto più ragionevole.
Le vitamine servono quando servono. È una cosa diversa dal promettere che possano impedire a un bambino che vive, gioca e frequenta altri bambini di incontrare virus respiratori.
Esistono poi tutta una serie di prodotti (lisati batterici, immunostimolanti, fitoterapici, omeopatia) ideati per prevenire le infezioni, alcuni hanno delle evidenze scientifiche, altri no, consiglio di discuterne col pediatra e capire se vale la pena iniziare una terapia preventiva.
Proteggere dal freddo senza avere paura del freddo
Ridimensionare il rapporto tra freddo e raffreddore non significa sottovalutare il freddo vero.
Temperature molto basse, vento intenso, vestiti bagnati e un’esposizione prolungata possono provocare un raffreddamento eccessivo e, nelle situazioni più importanti, ipotermia o lesioni da freddo. Nei lattanti e nei bambini piccoli occorre maggiore prudenza.
Brividi persistenti, stanchezza insolita, difficoltà nei movimenti o aree di pelle molto pallide e insensibili indicano che è il momento di interrompere l’esposizione e rientrare al caldo.
Quando invece un bambino è malato, la mia attenzione si sposta su altri segnali. Mi interessano soprattutto come respira, quanto riesce a bere e come si comporta.
Su questo punto può essere utile anche l’approfondimento dedicato a come interpretare febbre e dolore nei bambini: il valore sul termometro è solo uno degli elementi da considerare, mentre condizioni generali e comportamento aiutano a capire meglio come sta il bambino.
Difficoltà respiratoria evidente, marcata sonnolenza o scarsa reattività, segni importanti di disidratazione, colorito bluastro, perdita di coscienza o convulsioni richiedono una valutazione urgente.
In caso di emergenza sanitaria, si chiama il 144. Per situazioni pediatriche che richiedono una valutazione tempestiva ma non costituiscono un’emergenza vitale, trovate anche le informazioni sulle urgenze pediatriche dello studio.
Nei lattanti sotto i tre mesi una temperatura rettale di 37.5°C o superiore richiede una valutazione tempestiva, anche quando il bambino appare relativamente tranquillo.
Per la prevenzione specifica, invece, le indicazioni dipendono dall’età e dalle condizioni del bambino. Nell’approfondimento sulle vaccinazioni pediatriche trovate il quadro generale delle raccomandazioni e dei principali interventi preventivi previsti durante l’infanzia.
Alla fine, l’equilibrio che suggerisco ai genitori è semplice. Copriamo un bambino perché non abbia troppo freddo, asciughiamolo quando è bagnato e prestiamo attenzione quando il clima diventa davvero rigido. Ma continuiamo anche ad aprire le finestre, a farlo muovere e a lasciarlo giocare fuori.
Il nostro “piccolo posto di frontiera” continuerà a fare il suo lavoro. Non possiamo impedire a ogni virus di presentarsi, ma possiamo evitare di confondere il freddo con il nemico che stiamo cercando.
In breve
- Le infezioni respiratorie sono causate da virus; il freddo può però influenzare alcune difese locali delle vie respiratorie.
- In inverno aumenta anche il tempo trascorso in ambienti chiusi e condivisi, dove la trasmissione è più facile.
- Capelli bagnati, piedi freddi e berretto dimenticato riguardano soprattutto comfort e dispersione di calore.
- Giocare all’aperto resta appropriato per un bambino sano, con abbigliamento e durata adeguati alle condizioni.
- Ventilare gli ambienti è una misura raccomandata dall’UFSP.
- Gli immunostimolanti e altri farmaci per prevenire le infezioni non sostituiscono le normali misure di prevenzione.
- Nei lattanti sotto i tre mesi, una temperatura rettale di 37.5°C o superiore richiede una valutazione tempestiva.
FAQ – Sul freddo fa ammalare i bambini
Non direttamente. Per sviluppare un raffreddore è necessario incontrare un virus. Il freddo può però modificare temporaneamente alcuni meccanismi di difesa della mucosa nasale.
I capelli bagnati non provocano un’infezione respiratoria. Possono però aumentare la dispersione di calore e rendere il bambino più infreddolito, soprattutto con vento e temperature basse.
No. Le estremità fredde non causano direttamente un’infezione. Nei bambini, inoltre, mani e piedi possono essere freschi anche quando il resto del corpo è adeguatamente caldo.
Sì, nella maggior parte dei casi. Occorre adattare abbigliamento e durata dell’attività alle condizioni meteorologiche e prestare maggiore attenzione ai bambini molto piccoli.
Se è senza febbre, respira bene, ha energia e si sente sufficientemente in forma, una passeggiata tranquilla può essere possibile. Durante la fase acuta è comunque prudente limitare i contatti ravvicinati con altre persone.
No. Arieggiare gli ambienti aiuta a rinnovare l’aria ed è una delle misure indicate dall’UFSP per ridurre il rischio di trasmissione delle infezioni respiratorie.
Non esiste un farmaco capace di impedire ai bambini di incontrare i comuni virus respiratori. Eventuali terapie che hanno una lieve evidenza scientifica vanno utilizzate quando esiste una reale indicazione.
È importante valutare soprattutto condizioni generali, respiro e idratazione. Nei lattanti sotto i tre mesi una temperatura rettale di 37.5°C o superiore richiede una valutazione tempestiva. In presenza di segnali di emergenza, in Svizzera si chiama il 144.
- Huang D, Taha MS, Nocera AL, et al. Cold exposure impairs extracellular vesicle swarm-mediated nasal antiviral immunity. Journal of Allergy and Clinical Immunology. 2023;151(2):509–525.e8.
- Moriyama M, Hugentobler WJ, Iwasaki A. Seasonality of Respiratory Viral Infections. Annual Review of Virology. 2020;7:83–101.
- Leung NHL. Transmissibility and transmission of respiratory viruses. Nature Reviews Microbiology. 2021;19:528–545.
- Hemilä H, Chalker E. Vitamin C for preventing and treating the common cold. Cochrane Database of Systematic Reviews. 2013;CD000980.
- Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP). Così ci proteggiamo dalle infezioni delle vie respiratorie.

