Un litigio tra coetanei, per quanto acceso, non è automaticamente bullismo. Il punto decisivo è capire se esiste una dinamica ripetuta in cui un bambino o un ragazzo viene umiliato, escluso, minacciato o aggredito e fatica a difendersi. Nel cyberbullismo questa pressione può continuare anche fuori dalla scuola, attraverso chat, social, videogiochi e condivisioni di immagini.
Quando affronto con una famiglia il tema del bullismo e cyberbullismo, è importante lavorare su due aspetti: il silenzio e il senso di colpa. Chi subisce non deve dimostrare di essere abbastanza forte, e un genitore non deve avere già tutte le risposte. Serve ascoltare, proteggere, raccogliere gli elementi utili e costruire una risposta insieme alla scuola e, quando necessario, ai professionisti.
Che cosa sono bullismo e cyberbullismo
Il bullismo è una forma di aggressione intenzionale che tende a ripetersi nel tempo e si sviluppa dentro uno squilibrio di potere. Questo squilibrio può essere fisico, numerico, sociale o psicologico: chi viene preso di mira può sentirsi isolato, meno popolare, più fragile o incapace di fermare la situazione.
Un episodio singolo può essere comunque grave e richiedere un intervento, ma non sempre rientra nella definizione di bullismo. Distinguere non significa minimizzare: aiuta a scegliere la risposta più adatta. Un conflitto tra pari richiede mediazione e responsabilità reciproca; il bullismo richiede prima di tutto protezione della persona colpita e un intervento sul gruppo.
Il cyberbullismo utilizza strumenti digitali per offendere, escludere, ricattare, diffondere voci, creare profili falsi o condividere contenuti umilianti. Online anche un solo contenuto può produrre un danno ripetuto, perché viene inoltrato, commentato, salvato o ripubblicato da molte persone.
Perché il cyberbullismo può essere particolarmente invasivo
La dimensione digitale modifica il modo in cui l’aggressione viene vissuta. Lo schermo può ridurre l’inibizione di chi attacca, mentre la vittima non trova facilmente un luogo di tregua. Il telefono accompagna i ragazzi per gran parte della giornata e un messaggio può arrivare in qualsiasi momento.
Inoltre, il pubblico può diventare molto ampio e non sempre è possibile sapere chi abbia visto o conservato un contenuto. Anche chi non insulta direttamente, ma inoltra, mette “mi piace”, ride o resta in silenzio nel gruppo, può rafforzare la dinamica. Per questo considero il bullismo un fenomeno di gruppo, non soltanto un problema tra due persone.
Secondo lo studio JAMES 2024, circa il 30% dei giovani svizzeri ha già vissuto almeno un episodio riconducibile al cyberbullismo. Il dato non significa che ogni esperienza abbia la stessa gravità, ma mostra quanto sia importante parlare di rispetto digitale prima che emerga un problema.
I segnali di bullismo e cyberbullismo da osservare
Non esiste un segnale unico che confermi il bullismo. Molti cambiamenti possono dipendere anche da ansia, difficoltà scolastiche, problemi relazionali o altri momenti delicati. Ciò che conta è osservare la comparsa, la durata e l’associazione di più segnali.
Meritano attenzione, soprattutto quando sono nuovi o persistenti:
- un rifiuto improvviso di andare a scuola, agli allenamenti o in altri luoghi frequentati dai coetanei;
- tristezza, irritabilità, paura, scoppi di rabbia o chiusura insolita;
- mal di pancia, mal di testa, nausea o disturbi del sonno senza una spiegazione chiara;
- perdita di oggetti, vestiti rovinati, richieste insolite di denaro o piccole ferite non spiegate;
- calo del rendimento scolastico o difficoltà di concentrazione;
- isolamento, perdita di amicizie o esclusione dai gruppi;
- agitazione dopo aver usato il telefono, cancellazione improvvisa degli account o, al contrario, controllo continuo delle notifiche;
- frasi svalutanti su di sé, senso di vergogna, inutilità o desiderio di scomparire.
Il mio consiglio è di non trasformare questi segnali in un interrogatorio. Una frase come “Ti vedo più preoccupato del solito, vorrei capire come stai” apre più facilmente il dialogo rispetto a domande pressanti o accusatorie.
Come parlare con un figlio che potrebbe subire bullismo
La prima risposta dell’adulto può condizionare tutto ciò che accade dopo. Se il ragazzo teme che gli verrà tolto il telefono, che il genitore chiamerà immediatamente l’altra famiglia o che la situazione diventerà pubblica, può scegliere di non raccontare più nulla.
Cerco quindi di suggerire ai genitori alcuni passaggi semplici ma importanti:
- Ascoltare fino in fondo, senza interrompere e senza cercare subito una soluzione.
- Dire chiaramente che non è colpa sua e che ha fatto bene a parlarne.
- Chiedere che cosa è successo, da quanto tempo, chi era presente e che cosa teme possa accadere.
- Concordare i passi successivi, spiegando che gli adulti hanno il dovere di proteggerlo.
- Mantenere il contatto nei giorni seguenti, perché una sola conversazione raramente basta.
Non consiglio di dire “ignorali e passerà” o “devi imparare a difenderti”. Sono frasi che possono aumentare il senso di solitudine. Anche reagire con minacce, pubblicare l’accaduto sui social o contattare impulsivamente chi è accusato può aggravare il conflitto e compromettere la raccolta delle prove.
Cosa fare concretamente in caso di cyberbullismo
Nel cyberbullismo è utile agire in modo pratico e ordinato. Prima di cancellare messaggi o profili, è bene conservare ciò che documenta l’accaduto: screenshot completi, date, nomi degli account, link e messaggi vocali. Il materiale va custodito senza condividerlo ulteriormente, soprattutto quando contiene immagini intime o dati personali.
Successivamente si possono bloccare gli account, utilizzare gli strumenti di segnalazione della piattaforma, rivedere le impostazioni di privacy e cambiare le credenziali se si sospetta un accesso non autorizzato. La cancellazione totale del profilo non dovrebbe essere la prima e unica risposta: rischia di far vivere alla vittima un’ulteriore esclusione e non interviene sulla dinamica.
Quando l’episodio coinvolge compagni di scuola, è opportuno contattare l’istituto e chiedere un incontro riservato. Portare fatti concreti, evitando etichette e accuse generiche, aiuta la scuola ad attivare osservazione, tutela e interventi educativi. Anche il counseling genitoriale può offrire uno spazio di confronto quando i genitori hanno bisogno di orientarsi nella comunicazione e nelle scelte educative.
Il ruolo della scuola e degli altri adulti
La scuola non dovrebbe limitarsi a chiedere alla vittima e all’autore di “fare pace”. In presenza di uno squilibrio di potere, una mediazione prematura può esporre il ragazzo colpito a nuova pressione. Serve invece una valutazione della situazione, la protezione immediata, il coinvolgimento delle famiglie e un lavoro sul gruppo classe.
Anche allenatori, educatori e responsabili di attività extrascolastiche possono cogliere cambiamenti importanti. La condivisione deve però rispettare la riservatezza: informare le persone necessarie non significa raccontare il caso a tutta la comunità.
Le visite pediatriche programmate possono essere un’occasione per parlare in modo riservato di sonno, umore, scuola, relazioni e uso dei media. Il pediatra non sostituisce la scuola o lo psicologo, ma può valutare il benessere complessivo e aiutare la famiglia a costruire la rete più adatta.
Conseguenze del bullismo: quando chiedere aiuto
Bullismo e cyberbullismo possono influire sull’autostima, sul sonno, sull’apprendimento, sulle relazioni e sulla salute mentale. Non tutti i ragazzi sviluppano conseguenze durature, soprattutto quando ricevono protezione e sostegno precoci. Tuttavia, la sofferenza non va misurata soltanto dal numero di episodi: anche una singola umiliazione pubblica può essere molto traumatica.
È opportuno confrontarsi con il pediatra o con un professionista della salute mentale quando ansia, tristezza, isolamento, sintomi fisici o rifiuto scolastico persistono, peggiorano o interferiscono con la vita quotidiana. Se compaiono autolesioni, pensieri di morte, minacce concrete, ricatti sessuali, diffusione di immagini intime o un pericolo immediato, bisogna chiedere aiuto senza aspettare.
In una situazione di emergenza sanitaria o di pericolo immediato è necessario contattare i servizi di emergenza. Per bambini e giovani in Svizzera, la consulenza 147 di Pro Juventute è confidenziale e disponibile 24 ore su 24. La pagina dedicata alle urgenze pediatriche può inoltre orientare sulle situazioni cliniche che richiedono una valutazione tempestiva.
Aspetti legali in Svizzera
Al 29 luglio 2026, il diritto svizzero non prevede ancora una fattispecie penale autonoma denominata “bullismo” o “cyberbullismo”. È in corso una consultazione parlamentare su un progetto che mira a rendere punibili le vessazioni reiterate e a considerare l’uso di mezzi elettronici come possibile aggravante.
Questo non significa che online tutto sia consentito. A seconda dei fatti, possono già entrare in gioco norme su minacce, coazione, estorsione, diffamazione, calunnia, ingiuria, violazione della sfera privata, accesso indebito a dati, pornografia o rappresentazioni di violenza. La qualificazione giuridica dipende sempre dal caso concreto.
Quando esistono minacce, ricatti, immagini intime, persecuzione, accessi non autorizzati o timore per la sicurezza, è prudente non improvvisare. Conservare le prove e chiedere consiglio alla polizia o a un servizio specializzato permette di valutare il percorso più sicuro.
Prevenire il bullismo e cyberbullismo nella vita quotidiana
La prevenzione non consiste nel controllare ogni messaggio, ma nel costruire competenze e fiducia. Le regole digitali funzionano meglio quando vengono spiegate, condivise e aggiornate con l’età. È utile parlare di consenso prima di pubblicare immagini altrui, di password, privacy, chat di gruppo e responsabilità di chi assiste.
Mi piace ricordare ai ragazzi che non essere l’autore dell’insulto non basta: chi vede può cambiare la dinamica. Non inoltrare, non ridere, sostenere la persona colpita e avvisare un adulto sono azioni concrete. In famiglia, domande specifiche come “C’è stato qualcosa online che ti ha messo a disagio?” sono spesso più efficaci del generico “Tutto bene?”.
Anche l’esempio degli adulti conta. Commenti aggressivi, umiliazioni pubbliche e condivisioni senza consenso normalizzano comportamenti che poi chiediamo ai ragazzi di evitare. Educare al rispetto digitale significa applicare gli stessi principi anche alle conversazioni degli adulti.
Conclusione
Bullismo e cyberbullismo non sono prove di carattere che un bambino deve superare da solo. Sono dinamiche relazionali che richiedono adulti capaci di osservare, ascoltare e intervenire con continuità. Proteggere la vittima, responsabilizzare chi agisce e coinvolgere il gruppo sono parti dello stesso percorso.
Il primo passo non deve essere perfetto: può essere una conversazione calma, un incontro con la scuola, una visita o una richiesta di consulenza. Rompere il silenzio presto riduce l’isolamento e restituisce al ragazzo un messaggio essenziale: non è solo e ciò che sta vivendo merita attenzione.
FAQ su bullismo e cyberbullismo
In un litigio le parti hanno in genere una forza simile e possono entrambe difendersi. Nel bullismo l’aggressione tende a ripetersi e c’è uno squilibrio di potere che rende difficile alla vittima fermare la situazione. Anche un episodio isolato, però, può essere grave e richiedere un intervento.
Non necessariamente. Togliere il dispositivo può far percepire l’aiuto come una punizione e spingere il ragazzo a non raccontare più. È meglio conservare le prove, bloccare e segnalare gli account, rivedere insieme la privacy e decidere eventuali pause digitali in modo condiviso.
In alcuni casi può essere utile, ma non come prima reazione impulsiva. Prima conviene ascoltare il proprio figlio, documentare i fatti e coinvolgere la scuola o l’adulto responsabile del contesto. Un confronto diretto e accusatorio può aumentare tensioni e ritorsioni.
Va ascoltata la sua paura, ma l’adulto mantiene la responsabilità della protezione. È possibile concordare come parlare con la scuola, quali informazioni condividere e chi coinvolgere per primo. Spiegare ogni passaggio aiuta a non farlo sentire nuovamente privo di controllo.
Segnali possibili sono il bisogno di dominare, la scarsa empatia verso chi soffre, la presenza di oggetti o denaro non spiegati, account segreti o racconti compiaciuti di umiliazioni. Serve evitare etichette come “sei un bullo”: bisogna fermare il comportamento, comprenderne le cause e chiedere riparazione e cambiamento.
Quando tristezza, ansia, isolamento, rifiuto scolastico, disturbi del sonno o sintomi fisici persistono o compromettono la vita quotidiana. Un aiuto professionale è urgente in presenza di autolesioni, pensieri di morte, ricatti, minacce o forte paura per la propria sicurezza.
È importante chiederne la rimozione, ma prima conviene conservarne una prova. Il contenuto potrebbe essere già stato inoltrato o salvato, e la dinamica relazionale può continuare anche dopo la cancellazione. Per questo servono sia azioni tecniche sia un intervento educativo e di protezione.
- Pro Juventute – Attivarsi contro il cyberbullismo
- Pro Juventute – Cos’è il cyberbullismo e quali sono le conseguenze?
- ZHAW e Swisscom – Studio JAMES 2024
- Assemblea federale – Progetto di norma penale su mobbing e ciberbullismo, consultazione 2026
- Organizzazione mondiale della sanità – Adolescent mental health

